La par condicio esiste anche nella programmazione della spettacolistica di un villaggio. Se non lo sapevate, sapevatelo. E quindi: 2 commedie per 2 musical (parafrasando 7 spose per 7 fratelli). Quali commedie? Dall’alto della mia cultura teatrale, riconosciuta da tutti, soprattutto dalla Fondazione Nobel che ci ha scritto persino un articolo e tenuto una conferenza a riguardo (trovate tutto qui), roba importante, mica pizza e wurstel, il compito risultava tutto sommato…impossibile. Preso da una crisi di nervi per non riuscire a scegliere tra le miriadi di opere che mi venivano in mente (leggere l’ironia nel sottotesto) optai per “Non è vero ma ci credo”, di De Filippo, Peppino. Mi faceva ridere, i suoi modi di fare mi ricordavano un po’ mio padre, ero contento di poter sperimentare la comicità napoletana.
Qualcuno mi disse che ero ignaro del pericolo a cui stavo andando incontro, perché se tra il pubblico ci fossero stati dei napoletani – spoiler: ci sarebbero stati di sicuro! – mi sarei dovuto preoccupare. In realtà un ospite che veniva da Napoli mi disse una cosa che mi fece riflettere: loro, i napoletani, sono contenti quando la loro cultura viene vissuta, comunicata, esportata. Quando un artista straniero famoso/a canta qualcosa in napoletano, la sua pronuncia non sarà perfetta ma il fatto che si presti a questa interpretazione per loro è un onore. Ora, qualcuno potrebbe obiettare dicendo che io non sono straniero…e manco famoso…ma sorvolerò con nonchalance. Non avevo mai pensato a tutte queste dinamiche che viaggiano nella testa delle persone. Per me era molto semplice: mi piaceva il personaggio, la storia, si era presentata l’occasione per poterla portare in scena, e l’avrei sfruttata, fine, easy-peasy.