Cronache di una tipica notte milanese, da leggere con la stessa voce dei trailer eroici dei film hollywoodiani.
E fu così che tornammo a incurgere, e posso dire senza eccesso di presunzione che lo facemmo impeccabilmente, onorando la tradizione incurgitrice che ci precede e di cui facciamo parte. E se Dez la mattina seguente mi avesse chiamato…avrei risposto. Questa frase voleva essere una frase ad effetto, piena di patos e tensione, ci ho messo pure i puntini di sospensione, ma in effetti rileggendola non fa poi tutto questo rumore, sto andando troppo veloce. Perché voi capiate questa mia affermazione è necessario fare qualche passo indietro e partire dal principio.
La serata partì un po’ in sordina, d’altra parte il ritorno sul campo dopo un lungo stop non è mai semplice. Il locale era accogliente, la fauna pure, inizialmente ci sentivamo spaesati, i nostri occhi non erano più abituati a un così sbrilluccicoso andirivieni…ok sarò più chiaro…non eravamo più abituati a cotanta gnocca. Ma dalla nostra parte si era schierato the barman, detto anche “il Pelato”, per l’assenza di elementi filiformi sul suo cranio. Il suo accento suggeriva una provenienza capitolina. A Fred bastò un rapido scambio di battute per consolidare un’intesa che poggiava già su solide basi chimiche. Poi la rincoglionitaggine del Pelato ci mise del suo, la ciliegina sulla torta ecco, non strappando lo scontrino e permettendo così alle nostre due amabili donzelle di scolarsi due drinks aggratis.
Dopo il primo giro e un’attenta perlustrazione dell’ambiente circostante tornammo al bancone, ma questa volta in coda, perché ad attenderci c’era molta ressa. D’un tratto un’esemplare femmina mi passò di fianco lasciandomi il posto. Ero un po’ stordito, combattuto, approfittare del gentil gesto e avvicinarmi al bancone? O indugiare sulla graziosa donzella? Il patto che feci a me stesso qualche settimana prima prevalse – mi raccomando ragazzi da adesso in poi dobbiamo focalizzarci su quello che conta davvero nella vita! – esordii alla riunione del cda che si tiene quotidianamente nel mio neurocranio – cosa? – chiesero tutti incuriositi – la gnocca! – risposi io sfoderando le doti del grande condottiero e motivatore che mi contraddistinguono. Seguì un boato, si aprirono bottiglie di champagne, vennero lanciate sedie, utilizzate droghe, chiamate prost…ma questa è un’altra storia.
Torniamo al punto. Mi girai istintivamente, e come solo la più scaltra delle volpi sa fare mi rivolsi alla ragazza – non sei in coda? – e lei – no no vai pure – bastarono queste sue tre parole per far sì che io percepissi una provenienza ancor più meridionale del Pelato – non sei di qua – replicai prontamente – no – rispose lei con un sorriso –. La conversazione andò poi avanti brillantemente grazie anche a un Fred sempre pronto a supportarmi nel momento del bisogno, a conferma di un più che meritato titolo BWE (Best Wingman Ever). Intanto ci stavamo facendo scavalcare da innumerevoli persone, io lo sapevo, me ne accorgevo con la coda dell’occhio, ma l’obiettivo era chiaro, e anche Fred aveva capito che la nostra arsura poteva attendere. Ahimè l’incantesimo si ruppe con l’arrivo dell’amica, che portava in dote due drink, i loro, e che costrinse in un certo senso quel bellissimo esemplare femmina suditaliana a congedarsi. Non lo nego, rimasi con l’amaro in bocca, ma non il Braulio, o il Montenegro…no…parlo di quell’amaro conosciuto ai più come delusione.
Ci rimisimo in coda. Fred sul momento non disse una parola sull’accaduto, da vero BWE capì che la posta in gioco era alta, c’era in ballo l’autostima del sottoscritto; e comunque ci aveva visto lungo, sapeva che cù la fimmina, non era ancora finita. Io intanto mi chiedevo se l’avrei mai rivista, se mai ci saremmo rincontrati in quell’accogliente Santuario. Mille dubbi si affollavano nella mia testa, il cda era in subbuglio, vi lascio immaginare. C’erano pareri contrastanti, venivano analizzate le sue parole e le sue espressioni alla ricerca di qualche segnale. Qualcuno faceva notare la sua partecipazione alla conversazione, qualcun altro la sua tendenza a mantenere la distanza fisica – che io cercavo di non invadere per non far sentire la preda in trappola –. Ad un certo punto un consigliere si alzò di scatto e urlò “quando è arrivata la sua amica non ha esitato troppo ad andare via!”, “sì ma l’ha fatto sorridendoci idiota!” gli rispose subito un altro dall’altra parte del tavolo. Era il delirio, dovevo quietare gli animi. Proposi di perlustrare le zone del Santuario ancora inesplorate. Fred trovó la SDM (Sala Della Musica) e ci infilammo. Io, lui e Franz. Musica elettronica, molto minimal, non il mio forte, ma non importava, avevo trovato un diversivo.
Tornammo fuori euforici per trascinare in pista anche gli altri, ma Dez era stato risucchiato dalla MDG (Marea Di Gente) e da più di un quarto d’ora era in attesa al bancone aspettando di incrociare lo sguardo del barista, che godeva chiaramente nel ghostarlo. Fred era in trepida fibrillazione per il richiamo dei ritmi tribali provenienti dalla SDM. Proposi di andare a salvare Dez, ma la mia idea fu bocciata, non era sicuro, potevamo finire per essere risucchiati anche noi dalla MDG. Il Santuario è un posto tanto accogliente quanto meschino. Non bisogna mai abbassare la guardia. Alla fine Dez riuscì a cavarsela, ci mise solo 45 minuti, niente male per un neofita del Santuario.
Fu così che i nostri corpi iniziarono a muoversi al ritmo ancestrale che contraddistingue quelle musiche. Il nostro battito sembrava sincronizzarsi col Santuario. Tutto filava liscio, il cda si era quietato, e la nostra serata proseguiva dritta come il Titanic una volta salpato da Queenstown la mattina di quell’11 aprile del 1912. Ma le due birre e il drink gentilmente offerto dal Pelato, e recapitatomi da Dez, cominciavano a farsi sentire nella zona inguinale. Dovetti assecondare il mio stimolo alla minzione e così comunicai a Fred che mi sarei allontanato per giusta causa. Mi fece cenno con la testa. Ancora una volta c’eravamo intesi.
Sbrigate le faccende toilettistiche aprii la porta del bagno e mi uscì spontaneamente un – Rossella! – si chiamava così l’esemplare di cui vi parlavo prima. E lei mi rispose col suo splendido sorriso – cosa ci fai qua? – incalzai io prontamente. E lei – […] – vabeh non mi dilungo su questa conversazione, altresì brillante come la precedente, anzi di più, grazie ai due gin tonic che aveva in corpo la bella Rossy, o Sally, non ho ancora deciso il nickname. Sally ricorda troppo Vasco. Anche se mi piace più di Rossy.
Lì in bagno la conversazione si stava animando vistosamente e per evitare che la scavalcassero nella coda questa volta fui io a congedarmi. Mi sembrò in un certo senso dispiaciuta, ora l’amaro era toccato a lei. Ma a quel punto mi ricordai delle parole di Fred, che di fronte alle perplessità del cda mi aveva detto – Ale, tu non devi pensare che non andrà a buon fine, devi agire come se il Titanic attraccherà a New York, poi se nel mezzo dell’Atlantico ti schianti contro un Iceberg farai i conti con le scialuppe, ma nel frattempo, l’unica cosa a cui devi pensare è navigare – e va bene forse ho alterato volutamente qualche parola, ma il concetto l’avete capito. E così, forte dei suoi insegnamenti, attesi La Bella Rossella fuori dalla toilette.
Non ci mise molto a fare capolino. E piacevolmente sorpresa di vedermi, lì, ad attenderla come un vero principe azzurro senza macchia e senza paura, mi si avvicinò, sempre sorridendo, per continuare quella piacevole conversazione cominciata poco prima, in quell’eau de toilette – mai termine fu più azzeccato – dall’inebriante odore di rifiuti reflui umani. Ci sedemmo su una panchina e chiacchierammo come chiacchierano due esemplari umani che si piacciono, fino all’arrivo di sua cugina. Ebbene sì, quella di prima non era una sua amica ma bensì sua cugina, che La Bella Rossella cacciò prontamente in benemodo per poter rimanere sola con me ancora un po’. Poco prima anche Dez provò a mettersi in contatto con me tramite una chiamata su whatsapp, ma buttai giù, sapevo che avrebbe interpretato il mio segnale nella maniera corretta.
Dopo quell’intervento cuginesco fu chiaro però che le nostre strade da lì a poco si sarebbero dovute separare nuovamente, ma senza che prima ci fossimo scambiati i numeri di telefono. Fece squillare il cellulare davanti ai miei occhi per dimostrare la veridicità del suo recapito telefonico per poi esternare il suo desiderio di rivedermi. Fu lì che decisi di buttare il cuore oltre l’ostacolo e la invitai a fare colazione la mattina seguente. L’ora era tarda e sapevo che sarebbe stato rischioso, ma si sa, chi non risica..non risica.
Mi ricongiunsi al mio gruppo e lei al suo, lasciandoci con la promessa che le avrei scritto per accordarci sul breakfast imminente. L’unico indizio che avevo era che abitava a Villapizzone, un po’ poco per poter portare a termine una prima colazione insieme. Feci un breve resoconto agli altri sull’accaduto e Dez guardandomi negli occhi mi disse “io credo in te fratello, domani mattina proverò ancora a chiamarti, se non mi risponderai, saprò che sarà per lo stesso validissimo motivo”.
Le scrissi poco più tardi, ma mi rispose a notte inoltrata per dirmi che sarebbe rimasta con Morfeo. Pezzo di merda di un Morfeo, che possa morire fulminato da Zeus. Ma me lo aspettavo. Quella mattina Dez non mi chiamò, ma se l’avesse fatto, avrei risposto, e ora, sapete perchè.
