Essere liberi è sempre stato un concetto astratto. Libertà. Ne parlano tutti da quando sono alle scuole medie, eppure tutti ne parlano ma senza dire niente. Mettiamola così, è un parlare di tutto e di niente. Nessuno si sbilancia. La verità è che “libertà” è una parola talmente delicata che al solo pensiero di affermare qualcosa a riguardo ci si impanica. E si finisce per non dire nulla. Se penso alla libertà mi viene l’ansia anche a me. Se ora dico qualcosa ed è una stupidata? Scatenerò l’ira di mezzo mondo (dei miei lettori per lo meno). Quindi che fare? Purtroppo questo coronavirus me la sta sputando in faccia questa storia della libertà, non posso più scappare, non posso più evitarla.
Quindi eccomi qui a parlare di libertà, mentre vedo e leggo di ragazzi e ragazze che fuggono dalle loro case violando la legge pur di vedere il proprio amore. Una cosa così ovvia…l’incontro tra due innamorati. Un’immagine così romantica. Quando un adolescente è innamorato non gli si può mica dire dall’oggi al domani che non può più vedere la sua ragazza/o. E mi viene in mente la vita ai tempi del nazismo. Mi viene in mente la vita ai tempi dell’America di inizio ‘900, a sud degli Stati uniti, quando i negri non potevano nemmeno decidere quando mangiare e dove fare i loro bisogni, altro che non poter vedere la propria amata.
Sono tempi di guerra, lo dico da un po’. Ma le persone intorno a me si comportano come se non lo fossero. Si comportano come se tutto questo fosse una parentesi momentanea. Una sorta di attimo che svanirà come un lampo. Questione di qualche giorno, come un weekend andato male. È la negazione della realtà che abita costantemente la loro mente, e non sembra voler andare via. Non hanno la forza per cacciarla di casa. Non vogliono fermarsi a osservarla, la realtà. Non vogliono fermarsi a discutere di libertà. Non volevano farlo prima né tanto meno lo faranno adesso. Fa troppa paura. Dichiarare a te stesso, prima che al mondo, che non sei più libero come prima. Che la libertà che prima ti eri figurato, che davi per scontato, che ritenevi normale, meccanismo di funzionamento del mondo, ora non esiste più. È in pausa e non si sa per quanto, di certo non stiamo parlando di un paio di misere settimane.
Non lo fanno gli adulti, come possono farlo i loro figli? Ecco che l’impeto sacrosanto di vita, di amore, quello puro e irrazionale di un adolescente, non trova argini di contenimento. Se ne frega di tutto e tutti. Io vedrò l’amore della mia vita, può venire il papa, Mattarella o il coronavirus a dirmi che non è possibile, me ne fregherò. Me ne fregherò perché fino ad ora non ho fatto altro che considerare questa libertà come vera, dovuta, scontata. Non l’avevo contestualizzata.
E quante cose si stanno perdendo nel mancare di rispetto a certe regole? Quanto dolore? Quanto questo amore potrebbe fomentarsi? Quanto potrebbe resistere senza che questi due esseri umani si possano incontrare? Senza che i loro corpi possano toccarsi ancora una volta. Vallo a dire alle donne e agli uomini deportati, divisi dalla follia umana, vallo a dire a loro, che non potevano fregarsene dei divieti. Da quella follia e da quel dolore sono nate mille storie incredibili, poesie, testimonianze che hanno fatto crescere generazioni di scolaresche. Come la mia, quando ci portavano a sentire i racconti di questi vecchietti. O quando sentivo quelli di mio nonno, e riflettevo sull’assurdità di un mondo distante anni luce da quello in cui io stavo vivendo. Quando sentivo di un ragazzo di 18 anni che non aveva la forza di salire un gradino nella cucina del campo di concentramento dove era stato deportato, mentre io mi trangugiavo mezzo melone a pasto. Come il passare del tempo cambia le cose eh? È la storia, nient’altro che l’insieme delle azioni dell’umanità combinate con quelle della natura, che agisce e trasforma il mondo.
E ora che tocca a noi? Che facciamo? Ce ne freghiamo delle regole. Per carità alla fine non succederà nulla, si vedranno e nessuno infetterà nessuno. Ma se invece no? Mi chiedo cosa in tutto questo si sta perdendo? Quante poesie e quante opere d’arte non stanno vedendo la luce, quanta coscienza non si sta costruendo nel cuore delle persone? Quanta consapevolezza in meno? Solo perché non si ha la forza di affrontare il dolore, la separazione. Non si regge il desiderio, l’attesa. E in tutto questo qualcuno sarebbe in grado di stare accanto a queste anime? Dire loro “hai ragione, questa situazione è una follia e hai il sacrosanto diritto di sentire quello che senti”. Ma chissà, qualcuno potrebbe anche tradurre certe emozioni in arte e regalare al mondo qualcosa di più di un incontro clandestino. Qualcuno potrebbe regalare l’incipit per il prossimo passo evolutivo.
E in tutto ciò, alla fine cosa rimane di questa libertà? L’idea che la libertà vuol dire che posso fare quello che voglio e che tale concetto non sia scalfibile, non può essere messo in discussione nemmeno dalla probabilità di contagio, nemmeno dal rischio di vedere andar via una persona cara, un familiare, un amico. Nulla può mettere in discussione la mia libertà di agire come mi pare se poi nel concreto posso farlo. Se nel concreto io posso comprare quello che voglio, posso vedere chi voglio, posso agire come voglio, allora la mia libertà è intatta e nessuno ha il diritto di limitarla. E se per caso questo qualcuno ci proverà, allora io me ne fregherò. Nessuna riflessione si interpone nel mezzo. E se per caso ci prova verrà immediatamente cacciata via, lei sì.
Nessuno metterà in discussione questo concetto di libertà. Ma è davvero questo il concetto di libertà? Davvero nulla può scalfirlo? Oppure la libertà è qualcos’altro? Forse la libertà andrebbe contestualizzata, messa in relazione. Non andrebbe data per scontato. Va rispettata. Va sofferta. Va lottata. Va ringraziata.
