Business is business

Business is business

Cosa non si farebbe per il danaro, cosa non si farebbe per non dover rinunciare ad andare fuori a cena, cosa non si farebbe per non dover rinunciare alla propria vacanza estiva di due settimane. Si farebbe di tutto. Già lo sapevo ma in questi giorni me ne sono sempre più convinto. D’altra parte in questo mondo dove il lavoro che fai, dove le 40 ore spese durante la tua settimana, che si incastrano come in un tetris perfetto e magico che chiude ogni spiraglio di vita, uccidono la tua anima, quella vacanza, quelle due settimane al mare a prendere la tintarella sono l’unica cosa che ti rimane, insieme ai weekend ovviamente. Sono la boccata di ossigeno che brami dalla voglia di consumare per poter bilanciare quel pesantissimo tetris che sta sull’altro piatto. E allora non c’è virus che tenga. Business is business, no matter what.

E non importa se la tua attività è essenziale o no, se quello che fai può essere posticipato, se in una condizione di crisi, per proteggere te stesso e le persone a cui tieni di più, il diktat è quello di chiudere e stare a casa. No, la cosa non ti tange. Il tuo unico pensiero sono i danè (come si dice, o forse si diceva, qua a Milano). E i fenomeni che hanno sponsorizzato gli impianti sciistici per i giovani che sono a casa da scuola lo sanno bene. Loro sono l’emblema della categoria. Potresti sopravvivere stando a casa e rinunciando alla vacanza e alla cena fuori, ma no, sopravvivere per poi vivere in quel modo non è accettabile. Piuttosto il contagio. Piuttosto meglio rischiare di finire in ospedale e vedersi rifiutati perché troppa gente prima di te ha la precedenza. Troppa gente prima di te ha un’aspettativa di sopravvivenza più alta. Piuttosto meglio morire. Come in guerra. Meglio morire di coronavirus.

Ora immagino bene che ci sia una parte di voi pronta a dire “ah beh, ma io sono d’accordo, sono perfettamente d’accordo”. E immagino anche che questi siano gli stessi che possono rimanere a casa e lavorare in smart working, ricevendo la loro consueta busta paga. Quindi il loro supporto è del tutto comprensibile.

Ma è altresì vero che tra voi lettori ci saranno anche coloro che posseggono un’attività, a stretto contatto con il pubblico, che non è di vitale importanza. Persone che, pensate, si potrebbero anche vantare di rimanere aperti per chissà quale gloria da poter esibire. La stessa che come un elastico è lì ad unire gli unici due neuroni che non riescono a scontrarsi all’interno della loro scatola cranica. Coloro che subdolamente obbligano i dipendenti a prendersi il rischio.

E insieme a loro, a fargli compagnia, ci sono le persone ai posti di comando, che possono essere equiparati ai gestori di un’attività: la collettività. Non tutti, non si può fare di tutta l’erba un fascio questo è ovvio. Ma quando un centro diurno disabili, dove gli utenti ricevono un servizio (educativo più che sanitario) al pari degli studenti delle scuole, che non sono lì a pernottare per intenderci, non viene chiuso, la domanda sorge spontanea…Ci si è o ci si fa? Una realtà che rimane aperta senza la possibilità di tutelare la vita di tutti: utenti, operatori e collettività intera. Se non si riesce a capire che il contagio di uno di loro non sarà un problema circoscritto al singolo (il ragionamento varrebbe anche nel caso in cui lo fosse), che il virus non farà distinzione sociale, non cambierà strada solo perché si ha la fascia di sindaco a tracolla. Se non si riesce a comprendere, o peggio ancora si fa finta di non comprendere, questo meccanismo logico di causa-effetto, beh allora è proprio il caso di pensare a costoro come il fallimento, insieme ad un ampio gruppo di persone non citate in questo articolo, dell’istruzione e dell’educazione di questo mondo (non solo di questo paese). Al parchetto vicino a dove abitavo da piccolo si sarebbe detto “facile fare i gay con il culo degli altri”. Scusate il francesismo, ma diciamocelo, se avessi detto “facile essere coraggiosi a distanza di sicurezza” non avrebbe avuto la stessa resa.

E poi c’è l’ultima categoria, quelli che “Facile a dirsi, poi quando ti trovi a dover pagare le bollette e non hai lo stipendio? Vorrei vedere te…”, quelli che in smart working non ci possono stare. Che a detta loro sono costretti ad andare a lavorare. Balle, queste sono solo balle che raccontate a voi stessi per giustificare il vostro comportamento assolutamente incosciente. Sono coloro che si trovano imbrigliati dentro il meccanismo, capaci di pochi movimenti e nemmeno tanto fluidi, come se fossero imbrattati. Gente magari anche seria, intelligente, brillante, che ha rinchiuso e compresso il proprio cervello in uno sgabuzzino. Quelli che in letto di morte a causa del virus sarebbero capaci di dire “non è colpa mia, sono stato costretto ad andare, non avevo altra scelta”. Balle, queste sono sempre le stesse balle di prima. Questo è barattare la propria vita con il lavoro, come succede a Taranto. Questo si chiama vittimismo. E io detesto il vittimismo, anche e soprattutto quando sono io il primo a fare la vittima. La verità è che non volete trovare la forza di cambiare la vostra condizione. E ciò vi ha portato ad andare a lavorare, ad accettare quando potevate benissimo dire no. Nessuno vi avrebbe condannato. Vi sareste potuti arrabbiare con il governo per non aver avuto le tutele economiche adeguate ma non con voi stessi per aver fatto la cosa giusta. La cosa giusta prima di tutto per voi.

E se dopo tutta questa tragedia sarete comunque sopravvissuti, non venite a raccontarmi che la situazione non era così grave, che era un rischio che si poteva prendere, che “in fondo hai visto…non è successo niente”. Perché se siete finiti nella percentuale di non contagiati, o di sopravvissuti, dovrete semplicemente ringraziare la teoria della probabilità, o il fato, se vi piace di più la parola, o qualche dio a voi caro, se preferite, scegliete voi, per me fa lo stesso.

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